Viviamo in un mondo di fatti, e usiamo dei fatti: non c’è nient’altro di cui usare. Non attacchiamo briga coi fatti, li prendiamo per quel che sono e ne ricaviamo quel tanto che ci possono dare. Sarebbe fuor di luogo chiedere al fuoco, all’acqua, alla terra e all’aria le loro credenziali, il documento che li autorizza ad agire su di noi o a curarsi di noi. Li chiamiamo elementi, li teniamo presenti e cerchiamo di utilizzarli al meglio. Speculiamo sul loro conto a nostro piacimento. Ma c’è qualcosa della cui presenza siamo ancora meno in grado di abolire, che insomma ci è presente col nostro beneplacito a nostro dispetto: qualcosa che è insieme interlocutore e teste degli elementi: e questo qualcosa siamo noi. Noi siamo consci degli oggetti di natura all’infuori di noi, e su di essi riflettiamo ed agiamo; questo nostro essere consci, riflettere, agire noi lo chiamiamo: la nostra razionalità. Nell’usare degli elementi non cominciamo col criticare quel che non è sottoposto al nostro placito; e avrebbe ancora minor senso criticare o condannare quella nostra natura che poi significa “noi”, invece che usarne dei modi in cui ordinariamente è dato di usarne. Il nostro essere, con le sue -ossia le nostre- facoltà, col corpo e con l’anima, è un fatto che non ammette questioni; di necessità ogni cosa è riferita ad esso, e non già esso ad altre cose.
Se non mi è lecito prendere per data la mia esistenza, anzi e più specificatamente prendere per dato che esisto con la mia specifica costituzione spirituale, non mi resta nulla su cui speculare e tant’è che metta da parte ogni speculazione. Dato che sono quel che sono, la mia costituzione spirituale è il mio tutto, è il mio osservatorio e punto di riferimento essenziale; la devo prendere per data ; o altrimenti il pensiero è un passatempo ozioso, un gioco che non vale la candela. Non v’è un terzo termine tra usare delle mie facoltà così come sono, o buttarmi nel mondo esterno seguendo l’impulso fortuito del momento – come la spuma che ricade sulle onde- e dimenticare che sono. O sono quel che sono o non sono nulla. Non riuscirò mai a pensare, a riflettere, a giudicare del mio essere senza partire dal punto a cui mi propongo di arrivare. Le mie idee sono tutte praesumptiones, ed io mi muovo perpetuamente in un cerchio. Non posso non ritenermi sufficiente al bisogno che ho di me, perchè non posso fare di me niente di diverso: per cambiarmi posso solo distruggermi. Se non adopero di me, non ho alcun altro io da usare. Questo oggetto non posso far altro che vedere e accettare com’è, per mettermi in miglior grado di adoperarlo. Ai fini della prova del valore e dell’autorità che hanno tutte le funzioni di cui sono munito, è abbastanza che io decida che sono naturali. Da accertare, invece, restano le leggi in base alle quali vivo. La mia prima lezione deontologica è questa: rassegnarmi alle leggi della mia natura quali che siano; la mia prima disobbedienza sta nell’essere intollerante di ciò che sono, nell’abbandonarmi alla ambiziosa velleità d’essere ciò che non posso essere, nell’accarezzare la mia sfiducia e diffidenza per le mie facoltà, nel voler cambiare delle leggi che sono tutt’uno con me.
tratto da GRAMMATICA DELL’ASSENSO di Newman ed. Jaca Book – morcelliana pg.213/214
