In un certo senso l’uomo di buona volontà dei romanzi di Kafka possiede proprio il dono di quel “cuore comprensivo”, richiesto nelle sue preghiere da re Salomone al Dio biblico, e a cui Arendt si riferisce nella chiusa del saggio Comprensione e politica, identificandolo con la facoltà dell’immaginazione. Perché mai con l’immaginazione? Perché è anzitutto a questa facoltà che dobbiamo l’esistenza di un mondo. Solo essa ci permette infatti di avere una esperienza significativa della realtà, di “vedere le cose nella giusta prospettiva”. L’immaginazione è infatti per Arendt quella facoltà spirituale che, kantianamente, rende presente l’assente,78 che contribuisce a trasformare gli oggetti sensibili in “thought-objects” (“oggetti del pensiero”).79 Essa ci permette di distanziarci (benché solo di centimetri) dal mondo delle apparenze e di porre così un argine alla loro intrinseca fugacità. L’immaginazione non è infatti fantasia, o sognante rêverie, bensì la precondizione mentale per il riconoscimento percettivo delle cose, degli oggetti.80 In questo senso, rappresenta piuttosto un fattore (dinamico) di collegamento e stabilizzazione, e pertanto un antidoto alla manipolazione: un modo per orientarsi tra le apparenze, di mettere in prospettiva le cose e le persone e, al limite, di assumere il loro punto di vista – una variante di libertà situata. Come osserva la stessa Arendt: “Solo l’immaginazione ci permette di vedere le cose nella giusta prospettiva, e ci dà la forza sufficiente per porre ciò che è troppo vicino a una distanza tale da poterlo vedere e comprendere senza distorsioni e pregiudizi; ci dà la generosità per colmare gli abissi che ci separano da ciò che è troppo lontano da noi finché possiamo
Arendt, Hannah. Antologia (Universale economica. Saggi Vol. 1926) . Feltrinelli Editore. Edizione del Kindle.
