
Mi sono ammalato di Covid durante il mese di marzo e ho fatto tre settimane di ospedale .
Non mi sono reso conto subito . Probabilmente i mi sono ammalato in fabbrica oppure a scuola, luoghi dove tenere la distanza non è facile.
I sintomi perdita del gusto e febbre segnalati da radio e TV non c’erano :
ho avuto una grande stanchezza , al lavoro mi mancavano le energie per discutere dei problemi e trovare delle soluzioni.
Dopo il tampone positivo fatto all’ospedale di Vimercate sono stato ricoverato d’urgenza al S. Gerardo di Monza in terapia intensiva.
Quindi : antibiotici, eparina, cortisone C_PAP (il casco) per aiutare i polmoni a respirare con ventilazione forzata.
Ero con altri ammalati e un aiuto costante h24 da parte di medici,infermieri.
Un bel posto il S. Gerardo.
Non sapevo che nel frattempo avevo fatto ammalare 10 persone della mia famiglia :
moglie, figlie, suoceri, cognati e nipoti. Bingo !
Parenti, amici del movimento (sono di Comunione e Liberazione), colleghi di lavoro mi scrivevano . Rispondevo poco e non quotidianamente, costava fatica nervosa.
La mia giornata era scandita da esami del sangue, lastre ai polmoni, usare il casco rumoroso ma necessario altroche , cibarti .
Riflettevi sulla fortuna di esserti ammalato in quel periodo dopo un anno di pandemia durante il quale si era potuto sperimentare una terapia da seguire :
l’anno prima era morto mio cognato all’ospedale di Merate.
Sono stato fortunato anche perché l’ospedale in quelle settimane non era saturo.
In una stanza nei giorni successivi alla terapia intensiva i posti ero con un ‘altra persona ammalata , totale 2 persone.
L’anno scorso nello stesso spazio 6 persone, non sapevano dove mettere gli ammalati.
Sapere che accanto alla tua famiglia c’era una comunità, la fraternità, il Consiglio pastorale coinvolto in preghiera per la mia salute
e degenza , persone che mi scrivevano per intereressarsi a me non mi ha mai lasciato solo in ospedale .
Pure gli amici con i quali abbiamo fatto le prime 2 puntate i Santi, nostri amici a gennaio e febbraio .
La settimana pima di essere ricoverato con il Centro Culturale Charles Péguy di cui faccio parte avevamo registrato il secondo incontro del ciclo,
Il santo (beato) della puntata Piergiorgio Frassati e mi dicevo: però guarda cosa accade in una storia dove è certo l’ideale e che fa capire la natura del ns stare insieme.
E l’ideale per cui vale la pena tutto è seguire una storia che dà senso al tuo vivere, al soffrire , ad essere amato gratuitamente .
Avere la certezza che c’è un padre , che siamo voluti bene e che non siamo al mondo per caso.
E’ stata un prova e devo ringraziare tutti questi amici per come si è sviluppata e giunta al termine .
Vi racconto un fatto:
Quando ho ricevuto grazie all’Anna i messaggi da Giavini e Don Primo Soldi ero contento:
Giavini mi suggeriva di chiedere, di pregare a s. Giuseppe, don Primo a s. Giuseppe e al beato Frassati.
Una notte facevo fatica a sopportare il casco e mi è venuto in mente la storia di Piergiorgio Frassati che in quattro giorni causa una poliomelite fulminante
muore (l’aveva presa facendo caritativa nei quartieri più poveri di Torino).
E avendo in mente l’incontro fatto una settimana prima di ammalarmi ,il libro letto sulla sua vita scritto da don Primo, la registrazione con le parole di don Primo
le immagini di Bonny inserite avevo un volto amico negli occhi mi dicevo :
Piergiorgio nei quattro giorni prima di morire aveva sopportato di tutto di più [c’era la nonna in agonia e non voleva disturbare con la sua malattia nessuno
(al funerale 8-10000 persone e il padre Alfredo che dopo si converte)] pure io posso provarci a sopportare quanto mi succede perché non sono solo..
Avevo l’ansia di notte per il casco ma chi non ha nessuno da guardare non gli viene solo l’ansia, lo copre la disperazione .
E poi un’altra riflessione sul dolore, sulla sofferenza :
a cosa serve se non per ricordarti una dipendenza, a confermarti che sei fragile, che da solo non ce la fai ?
Lorenzo Albacete in un suo libro (Attrazione per l’infinito) scriveva proprio che la sofferenza non è un problema da risolvere ma un mistero da vivere.
E in quei giorni l’ho reimparato .
Perché non si ringrazia x una malattia o una disgrazia ma per come la si vive.
Fabrizio Pellizzoni
