8 Aprile 2022 – 06:00
Il filmato è stato girato a Dmytrivka a pochi km da Bucha il 30 marzo. La lezione: non basta stare
dalla parte giusta per agire da “buoni”
Gian Micalessin
«L’orrore… l’orrore ha un volto… e bisogna essere amici
dell’orrore. L’orrore e il terrore morale ci sono amici. In caso
contrario diventano nemici da temere». Marlon Brando,
protagonista nelle vesti del colonnello Kurtz del monologo finale
di Apocalypse Now, spiega così la terribile e nefasta comunanza
che ogni conflitto crea tra i combattenti e l’orrore. Le stragi di
My Lai in Vietnam, di Sabra e Chatila in Libano, ma anche quelle
attribuite alle forze speciali statunitensi in Siria e Irak da
un’inchiesta del New York Times dello scorso dicembre,
avrebbero dovuto farci comprendere da tempo la brutalità
nascosta in ogni conflitto. Una brutalità che non sta mai da una
parte sola. Perché la guerra, a differenza di quanto raccontano i
film, non prevede buoni sentimenti. E a dimostrarcelo, a pochi
giorni dalla scoperta dei morti di Bucha, arriva un altro film
dell’orrore.
Un film andato in scena a Dmytrivka, un villaggio distante solo
dodici chilometri in direzione Sud dalla stessa Bucha. Con una
differenza. Qui le vittime sono i russi mentre gli spietati aguzzini
sono i soldati ucraini. Il video è così crudele e sanguinario da
rendere difficile la pubblicazione di foto o spezzoni capaci di
restituirne la disumana ferocia. Al lato di una strada si vede un
Bmd-2 , un blindato usato dalle truppe aviotrasportate russe. Il
mezzo, intatto, ci fa capire che l’equipaggio si è arreso senza
combattere. Anche perché, duecento metri più avanti, vi sono le
carcasse di altri mezzi appena colpiti e distrutti. Sull’asfalto,
invece, ci sono quattro corpi. Vestono le divise dell’esercito
russo e non hanno accanto alcuna arma. Giacciono tra lunghe
scie di sangue. Uno ha le mani legate dietro la schiena e la gola
tagliata. Quello che gli sta accanto è disteso a braccia aperte
freddato da una raffica al ventre. Altri due corpi sono sul lato
opposto della strada. Uno è stato ucciso con un colpo alla nuca.
L’altro, con il volto nascosto da una giacca militare tirata su fino
a coprirgli il volto, è scosso dai tremiti dell’agonia. Sussulta,
muove un braccio, mormora versi incomprensibili. Tutt’intorno
si sentono delle voci in ucraino.
«Filma questi bastardi. Guarda questo… è ancora vivo… sta
rantolando» ulula una voce senza volto. Poi s’intravvede la
canna di una pistola. Apre il fuoco due volte. Il soldato in agonia
sussulta, si muove ancora. Un terzo colpo lo finisce. Ora
tutt’intorno compaiono soldati ucraini riconoscibili da uniformi
e distintivi. Quello che ha sparato mostra il suo volto. Ha il volto
incorniciato da una fitta barba. Grida: «Gloria all’Ucraina». Un
altro si fa fotografare accanto ai corpi. «Questi – sbraita una voce
fuori campo – non sono neanche esseri umani». A confermare il
tutto ci pensa un tweet del ministero della difesa ucraino che
definisce un «lavoro preciso» l’imboscata ai danni di un
convoglio russo in ritirata da Kiev messa a segno il 30 marzo
scorso. Segnalazione confermata dal video-reporter Oz Katerji
che il 2 aprile gira le immagini dei blindati distrutti e, citando i
soldati ucraini, parla di una battaglia svoltasi 48 ore prima.
Ma quella battaglia e la brutale eliminazione di quei quattro
prigionieri dovrebbero insegnarci un paio di cose. La prima è
che in guerra non basta stare dalla parte giusta per comportarsi
da «buoni». La seconda è che la guerra è sempre abietta, crudele
e feroce. E l’unico modo per sconfiggerne mostri e perversioni è
uscirne in fretta.
