Fausto Biloslavo
27 FEBBRAIO 2022
(Kiev) Il lugubre ululato della sirena dell’allarme aereo, come nella Seconda
guerra mondiale, rimbomba in piazza Maidan deserta e fa paura. Poco dopo
arriva l’esplosione fragorosa, brutta, di un missile da crociera lanciato dalla
navi della flotta russa nel mar Nero. Forse l’obiettivo è la centrale elettrica,
ma la corrente non va via. L’arrivo in treno dal fronte orientale del Donbass è
filato liscio fino a Kiev quando le sirene hanno fatto spegnere tutte le luci. I
vagoni procedono a passo d’uomo sul ponte ferroviario, che divide in due la
città, per fortuna ancora in piedi. La capitale ucraina è spettrale: tutto
chiuso, sprangato, nessuno o pochissimi per strada anche di giorno quando
non c’è il coprifuoco. La città piena di vita con i capannelli di ragazzi che
ballavano fino a tarda notte nella piazza principale di Maidan è scomparsa
nel buio della guerra. L’unico albergo per i giornalisti, perché molti hanno
chiuso, è il centralissimo Kozasky, Cosacchi, un nome tutto un programma.
La prima cosa che ti indicano è la freccia per il bunker nei sotterranei. Nella
notte i bombardamenti continuano ad intermittenza con sordi boati. Prima
dell’alba arriva la sveglia con raffiche incessanti di armi automatiche di una
battaglia non molto lontana dal centro.
Il giorno dopo bisogna partire presto perché non ci sono taxi o automobili
disponibili. Giubbotto antiproiettile, elmetto pronto, zaino e gambe in
spalla. Dal centro commerciale Globus nel sottosuolo di piazza Maidan,
ovviamente chiuso, spunta un drappello della Guardia nazionale che ha
passato la notte al caldo. Un sergente mi avvolge subito il nastro adesivo da
carrozziere attorno al braccio come segno distintivo di “amico” perché
temono gli infiltrati russi. Meglio non prendere il viale principale che taglia
in due piazza Maidan, oggi dell’Indipendenza. Informazioni riservate
parlano di cecchini già appostati. In realtà gli unici ad aver preso posizione
sono gli uomini della Guardia nazionale occupando il gigantesco hotel
Ucraina, di stampo sovietico, che domina la piazza. La strada a sinistra porta
dritta al parlamento e al palazzo presidenziale.
Dopo 500 metri è bloccata da cavalli di frisia, blindati e soldati ucraini con il
dito sul grilletto. Se i carri armati russi sfilassero a piazza Maidan l’obiettivo
sarebbero proprio i palazzi del potere.
La battaglia della notte precedente si è combattuta dopo lo zoo di Kiev
davanti alla caserma della 101° brigata. Per arrivarci a piedi è lunga. Alle
sirene dell’allarme aereo i passanti sembrano averci già fatto l’abitudine.
Però molti sono in fuga con zaini e trolley alla disperata ricerca di un taxi
oppure si pigiano tutti assieme in una macchina pur di partire ed i familiari
rimasti li salutano piangendo dalla finestra. “Stiamo scappando e ci
portiamo dietro anche i gatti – conferma un giovane barbuto con la
fidanzata – Dov’è l’Europa che doveva aiutarci e ci ha abbandonato?”. La
coppia se ne va e lui fa il segno di vittoria sussurrando: “Peace”.
Ad un cavalcavia i soldati ucraini sono ben piazzati con i blindati sotto la
corazza di cemento per non venire bombardati dal cielo. “I russi? Sono poco
più avanti” ammette una babushka di mezza età con le unghie laccate di blu
e in mimetica.
All’ultimo posto di blocco raggiunto a piedi, Alexander, 24 anni, studente di
ingegneria richiamato in servizio descrive la battaglia: “È stata dura, ma
siamo riusciti a fermarli. Sia i tank russi che i camion con le truppe. La
contraerea ha colpito un caccia o un drone. Non molliamo, non cederemo di
un centimetro”. Poco più avanti si sente l’odore della battaglia: un camion
incenerito è ancora fumante ed i rottami dello scontro sono dappertutto
davanti alla caserma della 101° brigata. Un addetto stampa con l’elmetto, che
non concede nulla, neppure il suo nome, ammette che “volevano ucciderci
tutti, ma li abbiamo sconfitti e adesso ci prepariamo alla prossima notte” di
guerra.
E si combatte anche di giorno: una sparatoria è scoppiata verso le 11 di
mattina vicino all’ambasciata italiana praticamente chiusa. Tutti si sono
trasferiti nella residenza del capo delegazione, Pierfrancesco Zazo,
compresa gran parte dei giornalisti italiani. Un’ora dopo scoppia lo scontro
più duro in pieno centro. Un camion ucraino viene crivellato di colpi. Il
sangue degli uomini a bordo è ancora sul selciato e sul cassone dietro. “Era
un’azione di sabotatori russi che con divise del nostro esercito cercavano di
arrivare al centro. Li hanno fermati in tempo” spiega una signora ben
informata. Un’altra mi accusa di essere una spia dei russi perché “stai
riprendendo la targa”. La cappa di paura e tensione è alimentata dalle voci,
vere o presunte, di infiltrati o quinte colonne impegnati in azioni diversive.
Oggi vogliono dare la caccia ai sabotatori in tutta Kiev imponendo un
coprifuoco totale e imbrigliando i giornalisti in media tour.
Il gigantesco cratere nei piani alti di un condominio fa impressione. Un
missile Grad russo, che probabilmente era indirizzato contro l’aeroporto di
Borispol ha sventrato il palazzo. L’attacco è scattato alle 8.30 del mattino,
ma per fortuna ha provocato solo due feriti. Vicino al palazzo, però, c’è una
scuola e un centro medico.
Il coprifuoco anticipato alle cinque del pomeriggio viene annunciato non
dalla sirena, ma dalle campane delle chiese in lontananza. In serata
ricominciano le esplosioni e alle 19.45 scatta l’allarme aereo.
