23 Ottobre 2022 – 06:00
La Cina sono io. Xi Jinping non deve manco dirlo.
Gian Micalessin
La Cina sono io. Xi Jinping non deve manco dirlo. Per capirlo
basta la brutale freddezza con cui volta le spalle all’ex
presidente e predecessore Hu Jintao trascinato fuori dalla
Grande Sala del Popolo sotto gli occhi impassibili dei 2mila
delegati del Ventesimo Congresso. La plateale espulsione, voluta
probabilmente dallo stesso Xi, rappresenta il monito finale di un
Congresso usato per far pulizia di chiunque non condividesse la
linea del nuovo imperatore. Ora quella linea deve far paura
soprattutto a noi. I metodi spregiudicati usati sul fronte interno
per togliere di mezzo chiunque gli impedisse un totale controllo
del Partito o chi, sul fronte economico e finanziario, tentava di
sottrarsi alle pastoie della dirigenza comunista sono gli stessi
con cui Xi cercherà di piegare il resto del mondo. Per capire
quanto siano pericolose le sue ambizioni internazionali basta il
«cursus honorum» con cui ha cesellato il proprio potere interno.
Dopo aver abolito il limite dei due mandati e trasformato il
proprio pensiero, sulla scorta di quanto aveva fatto Mao, in
dettame costituzionale ha utilizzato questo Congresso per
elevarsi al rango di divinità comunista. I due «fondamenti» e le
due «garanzie» approvate nella Grande Sala del Popolo gli
assegnano oltre al ruolo di presidente della Cina, segretario del
partito e capo dell’Esercito anche il riconoscimento di «nucleo»
essenziale del partito ovvero di grande e supremo ideologo.
Come dire che è il suo pensiero, e non più quello del partito, a
plasmare il futuro della Cina. Un riconoscimento che potrebbe
venir suggellato già oggi, con il conferimento a Xi di quel titolo di
leader del Popolo riconosciuto fin qui solo a Mao Tze Tung.
Questa smodata rincorsa del potere non si esaurirà sui confini
interni. Per dimostrare di essere veramente la reincarnazione
del Grande Timoniere, Xi deve innanzitutto dar seguito alla
promessa di riconquistare Taiwan. Un impegno ribadito anche
ieri promettendo «risoluta opposizione e deterrenza nei
confronti dei separatisti che cercano l’indipendenza». E visto la
spietata determinazione con cui ha schiacciato prima la
resistenza del Tibet e poi quella di Hong Kong ben pochi sono
disposti a scommettere su atteggiamenti più remissivi su
Taiwan. Ma le sue mire non si fermano certo lì. Il «grande
ringiovanimento della nazione cinese» auspicato da Xi entro il
2049 indica, per sua stessa ammissione, la volontà di eguagliare
e superare gli Stati Uniti sul fronte economico, militare,
comunicativo e diplomatico. Ovvero dominare tutti noi.
