Monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo di
Mosca: “La guerra si ferma solo con il
perdono” – esclusivo
11 marzo 2022
“La follia della guerra si vince solo con un’altra follia, che è la follia di
Dio, la follia del perdono, cioè uno sguardo diverso sull’altro”. In
queste ore drammatiche monsignor Pezzi invita al dialogo. E racconta
la sua storia in esclusiva su Oggi
Romagnolo verace, nato a Russi, in provincia di Ravenna, Paolo Pezzi, 61 anni, non
doveva neppure farsi prete. Aveva anche una fidanzata, Giusi (“avevamo cominciato a
pensare al matrimonio”), morta tragicamente in un incidente stradale il giorno prima che
compisse vent’anni. Guidava lui. Ammette: “Spesso in cuor mio gridavo a Dio, ma non mi
è mai venuto in mente di voltargli le spalle”. Poi la vocazione e l’incontro con la Fraternità
sacerdotale San Carlo Borromeo, che tre anni dopo l’ordinazione lo spedisce in missione
in Siberia, dove i cattolici sono una sparuta minoranza. Era il 12 settembre 1993. Tranne
un intervallo “romano” di cinque anni tra il 1998 e il 2003, da allora la Russia è la sua
seconda patria. Fino al punto, nel 2007, di essere nominato da Benedetto XVI
arcivescovo cattolico di Mosca, primo italiano. Mai don Paolo avrebbe pensato di
diventare il pastore della diocesi russa più importante, guida spirituale di alcune decine di
migliaia di fedeli dispersi in un vasto territorio ampio sette volte l’Italia: appunto La
piccola Chiesa nella grande Russia, come titola il libro autobiografico in uscita in questi
giorni, scritto con il giornalista Riccardo Maccioni (edizioni Ares). Dopo quindici anni di
un’esperienza straordinaria, ricca di incontri, e dopo la fatica e le difficoltà della
pandemia, la doccia fredda della guerra fratricida in Ucraina, che ha avuto riflessi
immediati e dolorosi tra i suoi fedeli, provocando angoscia e incertezza –
“FIGLIA MIA, NON SO DOVE SARÒ DOMANI” – La comunità cattolica in
Russia è composita, distribuita tra molte nazionalità: oltre ai russi, ci sono le minoranze
tedesca e armena, ma anche coreani e altri, compresi gli ucraini. Molti fedeli hanno
parenti o amici in Ucraina. È lo stesso Pezzi a raccontare un episodio commovente e
straziante, la telefonata che una ragazza nei primi giorni dell’invasione di Putin ha
ricevuto dal padre, rimasto in Ucraina: “Figlia mia non so dove sarò domani; il cuore non
mi permette di correre e non raggiungerei il rifugio in tempo, se fosse necessario, ma
sappi che ti ho voluto bene”. E un’altra non ha più notizie di una cara amica di Kiev. Le
sue ultime parole: “Ora esco di casa e vado a rifugiarmi in una stazione della
metropolitana”. Quello che più ferisce l’arcivescovo è aver notato il riaffiorare di una
diffidenza tra le persone, solo perché appartenenti a popoli diversi. Il mercoledì delle
Ceneri, inizio della Quaresima e giorno indicato da papa Francesco per pregare e
digiunare per la pace, la cattedrale cattolica dell’Immacolata Concezione era piena di
gente, è vero, ma “la guerra ha minato una ripresa timida, ma desiderata, di rapporti”. E
comincia a farsi sentire il contraccolpo per le sanzioni. C’è la preoccupazione di perdere
il lavoro, difficoltà a causa della forte svalutazione del rublo e “una paura crescente”, al
punto che “molti stanno lasciando la Russia”. Come si schierano i cattolici? “Hanno molte
opinioni, diverse e contrastanti, ma dobbiamo uscire dalla logica amico/nemico”.
“LA PACE ESIGE IL RISPETTO PER GLI ALTRI” – Nella lettera inviata a tutte le
comunità cattoliche del Paese, i vescovi russi si mostrano “profondamente scioccati dal
fatto che, nonostante gli enormi sforzi di riconciliazione, il conflitto politico tra Russia e
Ucraina si sia trasformato in uno scontro armato che porta morte e distruzione e
minaccia la sicurezza del mondo intero”. I popoli ucraino e russo “sono uniti non solo da
una storia comune, ma da una sofferenza comune. Meritano la pace, che non è solo
assenza di guerra, ma rispetto per gli altri e per la loro dignità”. I responsabili della
tragica escalation “dovranno rendere conto delle azioni militari che hanno intrapreso”.
Precisa monsignor Pezzi: “Non sono uno stratega né un politico, ma è sempre triste
quando questo odio, questa violenza, questa incomprensione, si manifestano tra popoli
cristiani”. Come uscirne? “C’è ancora tempo per il negoziato, per una soluzione pacifica.
Anche nei momenti più bui della storia l’ultima parola la scrive la misericordia”. Non le
armi. E vanno superati gli irrigidimenti. “Non dobbiamo mai perdere la speranza che si
torni a guardarsi in faccia come fratelli e a dialogare. Ma perché accada occorre chiedere
con tutto il cuore a Dio il miracolo del perdono, capace di cambiare lo sguardo sull’altro”.
I cuori sono induriti, non è facile, “ma il perdono non solo è possibile, ma necessario.
Questo ci ha insegnato Gesù. Non c’è un’altra strada. La riconciliazione e il perdono ci
sono indispensabili come il pane, come l’aria”.
“SE NON SI PERDONA NON SI VIVE PIÙ” – L’arcivescovo di Mosca nella sua
autobiografia (scritta prima dell’invasione russa ma fortemente condizionata dal crescere
della tensione negli ultimi mesi) ricorda un episodio accaduto nei suoi primi anni di
permanenza in Russia, quando si trovava a Tal’menka, una cittadina al confine tra le
regioni di Novosibirsk e dell’Altaj. “Vi andai per sostituire il parroco”, scrive, “e, arrivando
dopo la Messa, le suore che prestavano servizio lì mi dissero che c’era una signora
anziana che aveva grandi difficoltà a muoversi, chiedendomi di andare a casa sua per
confessarla e portarle l’Eucaristia. Lo feci molto volentieri. Durante il tragitto a piedi, la
suora che mi accompagnava mi disse che quella signora aveva sofferto molto, e che le
avevano ucciso in casa due figli davanti agli occhi. Io, giovane sacerdote un po’
saputello, dopo averla confessata e comunicata, non resistetti e le chiesi che cosa
pensasse di Stalin. Questa vecchietta mi guardò negli occhi e mi disse: ‘Cosa penso?
Guardi che io l’ho perdonato tanti anni fa, perché se non si perdona non si vive più’”.
Parole terribilmente attuali.
Vincenzo Sansonetti
