Amandola

Ci sono due maniere di prestare l’orecchio al tentatore. La più evidente consiste nel rivoltarsi a un Dio così tirannico e geloso; ma si può anche accettarne la dominazione, farsi suoi schiavi. In entrambi i casi, che catastrofe! Quale contraddizione rispetto a quello che Dio prova a dirci! Perché c’è una sola maniera di fare la volontà di Dio: amandola, credendo che essa è buona per noi, che ci conduce a un vero bene. Dunque volendola liberamente. Certamente non chiudendo gli occhi e piegando la testa. Non si tratta di ubbidire ma di capire – e, comprendendo, probabilmente troverò il bene desiderabile e il male pericoloso. Allora agirò liberamente, perché avrò riconosciuto il mio bene e lo cercherò di mia spontanea volontà. Allora farò davvero quello io che voglio, e quello che Dio vuole. Il problema, infatti, se io confondo la virtù con una faticosa sottomissione (tanto più meritoria, ovviamente, quanto più faticosa) a una volontà divina incomprensibile, è che allora io continuo a pensare, in un angolino della mia testa, che questo peccato in cui mi proibisco di cadere mi farebbe però del bene. Se Dio è un tiranno, anche se desidero ubbidirgli la trasgressione avrà sempre dei colori seducenti. Quanti rapporti ambigui e insani con il male prendono origine da questa confusione, che alimenta tante dipendenze e sentimenti di disagio! Perché noi continuiamo a credere che il male sta nella trasgressione, mentre è invece il peccato in sé che ci distrugge. Tutti i confessori come me sanno che nel penitente il sentimento dominante non è la vergogna della confessione – per la quale serve comunque del coraggio per superarla –, ma l’infelicità. Un dolore quasi fisico nel raccontare qualcosa che io trovo ingiustificabile, e che nondimeno è la mia vita. Non si può essere felici contro la propria coscienza. Non si può essere felici quando si è in guerra con sé stessi. Paolo non è un ingenuo né un indifferente. Se non dice a Filemone che cosa deve fare, non è perché ai suoi occhi le due opzioni si equivalgano e perché dopotutto può, in nome della sua libertà, affrancare Onesimo o punirlo. Paolo sa molto bene che in questa scelta c’è un bene evidente e c’è un male evidente. Sa, altresì, che non avrà ottenuto alcunché semplicemente obbligando Filemone ad agire bene; ancora bisogna che egli lo voglia, che riconosca, in coscienza, qual è il bene. E questo, Paolo non può farlo al posto suo. Il fatto è che, come Paolo ha scoperto sulla via di Damasco, la vita cristiana non può essere un insieme di cose da fare per meritare l’amicizia di Dio, ma l’accoglienza di questa amicizia che Cristo propone. Un’amicizia che, come ogni amicizia vera, non si può imporre a colpi di comandamenti: va scelta liberamente.

Candiard, Adrien. Sulla soglia della coscienza: LA LIBERTÀ DEL CRISTIANO SECONDO PAOLO (pp.33-34). EMI. Edizione del Kindle.

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