Assolutizzare sé stessi è infatti un modo per sostituirsi al Creatore e così negarlo. Dandoci la dimensione dell’essere, Dio ha fatto per amore un dono che instaura per l’uomo un obbligo di reciprocità al quale questi, essendo libero, può sottrarsi, ma non senza manifestare un’ingratitudine che gli farà perdere la Grazia. Per Caterina questo Dio giusto è anche e soprattutto misericordioso: incarnandosi si è messo a disposizione di tutti e ha offerto all’anima la possibilità di riscattarsi riconoscendo il proprio nulla e dando il proprio consenso all’azione divina attraverso la pratica delle virtù.
Il credere che le nostre colpe possano stancare la misericordia divina rappresenta un autentico peccato contro lo Spirito, come illustrato dal destino di Giuda, il cui torto principale – dice Caterina – non è stato tanto l’aver tradito Gesù quanto l’aver disperato del suo perdono. Per rimanere uniti a Dio non c’è altro mezzo che la preghiera vocale e mentale in quella che chiama «cella del cognoscimento di sé», vale a dire la dimensione interiore. Uno dei tratti più peculiari della sua spiritualità è certamente l’importanza data al desiderio e alla volontà, come mostra la frequenza della parola “voglio” nelle lettere. Il desiderio di Dio consiste nel fatto che la creatura operi a lode e gloria del Suo nome partecipando liberamente alla propria salvezza, che consiste per l’uomo nel sottrarsi all’amor proprio e alle seduzioni della vita materiale per accrescere quel «fuoco del santo desiderio» che è in lui ma che spontaneamente egli tende a soffocare.
In ogni parte dell’opera di Caterina si trova una severa condanna di qualsiasi sentimentalismo, di qualsiasi nostalgia retrospettiva di un passato di tristezza e di peccato che non possiamo impedirci di amare perché è stato il nostro. Trasponendo le formule evangeliche, Caterina invita continuamente i suoi
corrispondenti a non comportarsi da banderuole («uomini da vento»): «Lasciate oggimai i morti seppellire e’ morti»; «Poiché avete messo mano all’aratro, non vollete il capo indietro a mirarlo»; «correte questo palio; […] inebriatevi del sangue di Gesù Cristo». È sempre proiettata in avanti, tesa nel desiderio di raggiungere nella preghiera e nell’azione il «grande desiderio» di Cristo, fuoco inestinguibile che ci spinge ad uscire costantemente da noi stessi. Secondo lei per andare in cielo non c’è altra via che perdere sé stessi, cercare l’onore di Dio, la salvezza delle anime e la pace degli Stati. L’anima, non più concentrata sul mondo, diviene volontà di ottenere dagli altri – si tratti del papa o di un semplice fedele – che a fronte dell’infelicità dei tempi e delle crisi della Chiesa facciano crescere ciò che germoglia nel più profondo del loro essere. Vita mistica e impegno negli affari di questo mondo sono in tutto e per tutto le due facce di un medesimo amore.
Vauchez, André. Caterina da Siena (Italian Edition) (pp.97-98). Editori Laterza. Edizione del Kindle.
