Nel sintomo infatti si nasconde la verità che il soggetto non riesce a fare propria. Il sintomo, «l’inconscio è quel capitolo della mia storia che è marcato da un bianco o è occupato da una menzogna: è il capitolo censurato. Ma la verità può essere ritrovata; e il più delle volte è già scritta altrove» (S, 252). È scritta nel corpo, sotto forma di sintomo isterico (conversione somatica), o è scritta nei ricordi d’infanzia, nelle favole familiari, nei sogni, nei lapsus, insomma in tutte quelle formazioni in cui Freud ci ha insegnato a scorgere altrettante manifestazioni dell’inconscio.
Due interrogativi si pongono però a questo punto: 1) Perché un certo soggetto si ritrova ingabbiato nella «parola vuota», dato che non sempre, per fortuna, la comunicazione umana è svuotata di ogni verità? 2) Come si può aiutarlo a ritrovare una «parola piena», o aiutarlo a ritrovare il senso del suo sintomo? I due interrogativi in realtà sono lo stesso, giacché – una volta afferrata la causa che provoca la trasformazione della parola piena in parola vuota – si è afferrato anche su che cosa fare leva per risalire, a ritroso, dalla parola vuota alla parola piena. E la causa, la «causa psichica», per Lacan è sempre quella, si tratta sempre del problema dell’identificazione. In
Tarizzo, Davide. Introduzione a Lacan . Editori Laterza. Edizione del Kindle.
