Frate carmelitano e brillante esponente della stampa cattolica
olandese, organizzò la resistenza passiva contro gli invasori tedeschi.
Fu internato a Dachau, dove il 26 luglio 1942 gli fu praticata
un’iniezione letale. E ora gli onori degli altari.
di Vincenzo Sansonetti
“Chi vuole vincere il mondo per Cristo deve avere il coraggio di entrare in conflitto con il
nazismo”, che va riconosciuto come profondamente “pagano”, una “peste nera”. Così si
esprime negli Anni 30 il frate olandese e giornalista padre Tito Brandsma nei suoi brillanti
e scientifici attacchi all’ideologia hitleriana, lanciati dalla cattedra accademica di filosofia
e misticismo dell’Università cattolica di Nimega, dove insegnava. È la firma alla sua
condanna. Sarà giustiziato a Dachau domenica 26 luglio 1942, con una iniezione letale.
Dopo essere stato beatificato il 3 novembre 1985 da Giovanni Paolo II, che lo affianca a
san Francesco di Sales insignendolo del titolo di copatrono dei giornalisti, questa
domenica 15 maggio Papa Francesco lo eleva alla massima gloria degli altari,
proclamandolo santo, primo giornalista martire della Chiesa cattolica. Alla giovane
infermiera sua compatriota, assoldata dai carcerieri e che sta per eseguire la condanna a
morte con una iniezione di acido fenico, padre Tito si rivolge dicendole: “Prenda questa
coroncina, la usi per pregare”. E alla obiezione di lei, “non mi serve, non so pregare”,
replica: “Provi almeno a ripetere: prega per noi, peccatori”. Quell’infermiera, braccata
dalle polizie di mezza Europa, vivrà sotto falso nome, si convertirà e nel 1955 si
presenterà spontaneamente, protetta dal segreto, a testimoniare al processo di
beatificazione del religioso.
SCRITTURA, LA GRANDE PASSIONE – Frate carmelitano, sacerdote, docente
universitario, scrittore, assistente ecclesiastico dei giornalisti e brillante giornalista egli
stesso, il futuro santo nasce il 23 febbraio 1881 in una grande fattoria della Frisia,
regione agricola nel nord dei Paesi Bassi. Il suo vero nome è Anno Siurd. Quando a 17
anni entrerà nel noviziato carmelitano sceglierà il nome di Tito per affetto e rispetto verso
il padre, che si chiamava così. È il quinto di sei fratelli; cinque – tranne la terzogenita,
che si sposa – si fanno religiosi, segno della grande fede della sua famiglia. Si impegna
negli studi e ottiene ottimi risultati. Alla vocazione per la vita religiosa si accompagna
quella per il giornalismo, perché ha una passione per la scrittura: sa tradurre in parole
semplici e comprensibili i concetti più difficili. Nel 1905 è ordinato sacerdote e si reca a
Roma per perfezionarsi: nel 1909 si laurea in filosofia alla Gregoriana. Rientrato in
Olanda comincia il suo apostolato, sia come prete che come giornalista, collaborando
con varie testate e diventando direttore di un quotidiano locale. È nel 1923 che entra
nell’Università di Nimega, di cui per un anno sarà anche rettore. Ma trova anche il tempo
per soccorrere i poveri e stare vicino a chi ha più bisogno. Per le sue notevoli doti
intellettuali e organizzative, la Chiesa gli affida l’incarico di assistente ecclesiastico dei
giornalisti cattolici olandesi, che operavano in 25 quotidiani e numerosi periodici.
LA VERITA’ ANCHE A RISCHIO DELLA VITA – Nella veste di “cappellano” dei
giornalisti comincia a predisporre nel mondo della stampa un solido fronte di opposizione
al nazismo, incitando i colleghi a proclamare la verità anche a rischio della vita. Quando,
il 10 maggio 1940, i carri armati tedeschi entrano nei Paesi Bassi, il nome del frate è da
tempo nella lista nera della Gestapo come nemico del nazionalsocialismo, che aveva
preso di mira in particolare le scuole e l’insegnamento, la stampa e i giornalisti, il mondo
cattolico in generale. E padre Tito era impegnato su tutti questi fronti, come sacerdote,
educatore e operatore dei mass media. Ma non si lascia intimidire: organizza la
resistenza passiva e la disobbedienza aperta e si reca al comando centrale tedesco
dell’Aja, per protestare a causa delle discriminazioni e delle minacce a cui sono
sottoposti i cattolici che non si sottomettono agli occupanti. Il 26 gennaio 1941 in una
lettera pastorale i vescovi olandesi prendono una posizione ferma e chiara, invitando i
parroci a rifiutare i sacramenti a quei fedeli che sostengono apertamente l’ideologia
nazionalsocialista, “completamente contraria alla concezione cristiana della vita e ai
valori umani essenziali”. La repressione è immediata e pesante. Alla stampa cattolica
arriva l’ordine di pubblicare solo le “veline” degli invasori, ma i vescovi non ci stanno. A
padre Tito viene affidato l’incarico di contattare gli editori cattolici per recapitare loro le
direttive della gerarchia. Riuscirà a contattarne 14 su 15. Il quindicesimo lo attenderà
invano.
“IL NOSTRO NEMICO È INNOCUO” – All’alba del 19 gennaio 1942 la polizia politica lo
arresta nel convento di Boxmeer, dove risiedeva. Era spiato notte e giorno, da tempo, ed
era stato individuato come l’artefice della campagna di protesta della stampa cattolica.
Viene immediatamente inviato un telegramma trionfante a Berlino: “Il nemico numero
uno degli interessi tedeschi in Olanda ora è innocuo”. Il primo campo d’internamento è a
Scheveningen dove, nella cella 577, avvengono gli interrogatori. “Lei è un sabotatore. La
vostra Chiesa sta cercando di affossare gli ordini delle forze di occupazione, di
minacciare la pace nazionale e d’impedire che la visione nazionalsocialista della vita
entri nel cervello degli olandesi”, gli viene contestato. Pronta la risposta: “Abbiamo il
dovere di dissentire da tutto ciò che non è in linea con la dottrina cattolica”. In seguito
metterà per iscritto: “Il movimento nazista è considerato dagli olandesi […] un insulto a
Dio per la violenza che fa alle sue creature”. Padre Tito verrà giustiziato meno di sei
mesi dopo. Quel “professore maligno”, come lo definirono i suoi aguzzini, diventerà
insieme con la giovane ebrea Anna Frank il simbolo della resistenza della piccola Olanda
contro il gigante nazista. Raimondo Manzini, che fu direttore dei quotidiani L’Avvenire
d’Italia e L’Osservatore Romano, lo definirà “una stella nel firmamento della professione
giornalistica”.
