Non solo clima ma anche occupazione

Angelo Colombini nella segreteria nazionale della CISL segue le politiche dell’energia e dell’ambiente:

Parlano tutti di transizione ecologica e della transizione digitale, basta vedere il Pnrr (piano nazionale di ripresa e resilienza) che destina a questi piani ben il 60% delle risorse. Bene però bisogna fare in modo che dentro questa transizione ci sia attenzione anche alla transizione sociale. Con la decarbonizzazione, dobbiamo gestire tantissimi lavoratori che oggi sono occupati, e portarli nei luoghi di lavoro, che saranno a loro volta determinati dagli investimenti su green e dal digitale. Se oggi in una centrale a carbone che produce energia elettrica, sono direttamente coinvolti 100 lavoratori e altri 200 indirettamente nella filiera, nel momento della chiusura, nella nuova centrale saranno impiegate solo 40 persone e indirettamente ne verranno coinvolte la metà di quelle attualmente occupate. Bisogna pensare a riqualificare e riconvertire le persone. Ma questo dopo dieci anni in cui tutto è inspiegabilmente fermo, occorre far funzionare le politiche attive del lavoro. Occorre investire in nuovi settori, per creare nuovi posti di lavoro dove è possibile ricollocare queste persone, perché non si può riqualificarle e poi tenerle disoccupate. Per questo c’è bisogno di riqualificare oltre ai lavoratori anche i territori: bisogna investire su tutta la filiera, altrimenti c’è il rischio poi di importare dall’estero le batterie o gli autobus elettrici. Tutta la filiera deve quindi essere prodotta in Italia: solo così fra 5/7 anni si avrà un saldo positivo. Le centrali a carbone andranno chiuse entro il 2025 lì avremo i primi problemi poi dipende se nella transizione produrremo l’energia elettrica ancora col gas ed io sono per farlo o meno. Il gas ha un impatto minore del carbone sul piano ambientale e soprattutto ha un impatto meno negativo sull’occupazione. Anche le 11/12 raffinerie rimaste in Italia, andranno gradualmente trasformate seguendo l’esempio di Marghera e di Gela che sono passate a trasformare oli vegetali e prodotti agricoli. Quanto a giganti come Eni ed Enel, vista la loro forza economica, non dovrebbero esserci grosse problemi a gestire la transizione. Semmai i pericoli più grossi li corrono le aziende dell’indotto, e le piccole imprese, se non riesce a riconvertire, i veri licenziamenti si avranno lì.

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