nella mia mano

La sola liberazione consiste appunto nel rimettersi umilmente nelle mani di Dio, riconoscendo ogni volta di nuovo che il salvatore del mondo è Lui, non l’uomo. Per questo Gregorio parla dei santi come di coloro che «dopo le opere esteriori, corrono ad immergersi di nuovo nella contemplazione». Torna alla mente un brano dello scrittore francese Charles Péguy, che esprime il medesimo concetto con parole poetiche e bellissime: «Quello che è nella mia mano come il bastone nella mano del viandante, / Quello mi è gradito, dice Dio, / Quello che è posato nelle mie braccia come un lattante che ride, / E che non si occupa di nulla, / E che vede il mondo negli occhi di sua madre, e della sua nutrice, / E che non vede e non guarda che in essi, / Quello mi è gradito, dice Dio. / Ma quello che fa dei calcoli, quello che in se stesso per l’indomani nella testa / Lavora come un mercenario. / Lavora spaventosamente come uno schiavo che gira una ruota eterna. / (E detto fra noi come un imbecille.) /Ebbene quello lì non mi è affatto gradito, dice Dio. / Quello che si abbandona, mi piace»42. Per non disperdersi nelle preoccupazioni e per liberarsi dall’orgoglio, occorre tener vivo, dentro di sé, un luogo segreto per il dialogo con il Signore, «dove, al riparo dallo strepito esteriore, poter parlare silenziosamente con lui» (Comm. Gb., XXX, XVI, 52).

Attanasio, Gianluca. Una strada nella tempesta (Italian Edition) (p.149). Edizioni Cantagalli. Edizione del Kindle.

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