Ogni minuto è di Dio

Abbiamo intervistato Giovanni Santambrogio noto giornalista e scrittore sul suo ultimo libro dedicato alla figura del recentemente scomparso dott. Antonio Sarcina, una descrizione avvincente, precisa e appassionata dove Giovanni non solo delinea ma coglie l’essenza e i lati meno conosciuti del dott.Sarcina.

Vi assicuro che si legge d’un fiato, ma non dovete pensare a un libro come tanti, rivela una profondità di pensiero e di azione che mi ha fatto riflettere e cambiare alcuni modi di pensare. Grazie Giovanni.

  1. Perché questo titolo? Anche questo minuto è di Dio?

Il titolo nasce da una frase di Antonio:” La vita è una battaglia continua ci sembra sempre di perdere ma un Altro ha già vinto per noi. Bisogna offrire ogni minuto bello o brutto della nostra vita perché ogni minuto è di Dio.”

Questa espressione di Antonio offre due considerazioni. Da un lato la vita non è facile ma la vita è piena di sorprese e di doni: vivendola si scopre che c’è una Presenza che ci accompagna nelle difficoltà, nelle gioie, nei successi ed è la Presenza di Dio.

Quindi con questa espressione si offre una lettura; la vita e il tempo della vita è un tempo prezioso ed è un tempo dove nella storia che si vive c’è la Presenza continua e incessante di Dio. Un Dio che ti precede, che ti viene incontro che ti offre opportunità che ti riempie di possibilità, di doni.

Ogni minuto è di Dio si intende una costruzione continua con questa Presenza.

  • Grande e forte la testimonianza personale cosa a tuo giudizio c’era all’origine di Antonio?

C’è una storia che matura nel silenzio, non era un uomo pubblico, era un leader ma a suo modo non un leader politico. Era un leader nel senso di una persona con un forte carisma, capace di guidare una squadra ponendo la sua autorevolezza che gli viene riconosciuta da tutte le persone ascoltate.

Da dove gli viene questa sua forza? Da una storia maturata in tante piccole scelte, una dopo l’altra hanno costruito la grande scelta della Fede. Incontra Gioventù Studentesca al liceo Carducci di Milano e lì è una persona che si impegna, non si tira indietro, è scrupoloso: ho visto il suo quaderno di appunti degli incontri; annotava sottolineava gli interventi dei compagni, le lezioni che Don Giussani e che altre persone tenevano presi in modo molto chiaro. In seguito, incontra la dimensione della cura e della salute perché gli viene regalato un viaggio a Lourdes come barelliere lo vive seriamente e da questa esperienza nasce la sua idea di dedicarsi alla medicina. All’università è impegnato in Comunione e liberazione (CL) e quando nascono le iniziative di CL in campo sanitario lui è tra i primi a partecipare; va ad assistere ai disagiati nei quartieri più poveri di Milano, cura gli assistiti delle suorine di Martinengo. Quando nasce l’idea di costruire un Poliambulatorio che poi diverrà la fondazione Moscati lui si offre, quando nasce medicina e persona partecipa alla costituzione e vive la dimensione delle problematiche mediche e sanitarie di quei momenti dove la bio-etica iniziava a porre diverse questioni sociali e sulla salute.

È una persona che ha preso in seria considerazione le proposte che venivano avanzate dal movimento di Comunione e liberazione, ci ha fatto i conti, si era fedelmente impegnato assumendosi oneri e donando: tutte attività anche quelle specialistiche gratuite e ha incontrato così tante persone e con loro ha costruito questa storia umana e di fede.

  • Le molte persone intervistate nel tuo libro hanno descritto tratti del carattere di Antonio quasi a voler indagare nei dettagli quel qualcosa in più che determinava la sua personalità. Cosa ne pensi?

Quando sono andato in Poliambulanza a incontrare le persone che hanno direttamente lavorato con lui che l’hanno conosciuto visto crescere lì dentro volevo capire che tipo di rapporto avessero con lui che uomo fosse come si manifestasse. Tutti dicono che era una persona molto discreta e rispettosa della libertà dell’altro, quindi non entrava di forza a “gamba tesa” nella vita degli altri era molto rispettoso delle scelte diverse che compivano però ha sempre detto chiaramente le sue idee la sua fede e tutta la sua umanità nelle scelte che si dovevano prendere su come curare una persona, sulle priorità da prendere e anche su come accompagnare gli infermieri nel loro lavoro nelle loro difficoltà. Ognuno degli intervistati, medici, colleghi, dirigenti ha raccontato particolari di esperienze che offrono uno stile di lavoro, un modo di essere. Persona molto appassionata del suo lavoro, molto attenta all’altro e l’altro per lui era la persona malata che rischia anche la vita e quindi questo forte senso di responsabilità che consiste nell’avere in mano le sorti di una persona, la qualità di vita della persona sia in senso fisico che morale, condivide col paziente fino in fondo quella condizione particolare e tutti sono impressionati da questa capacità di entrare in rapporto col paziente e di curarlo. Molti salutandolo lo ringrazieranno per la delicatezza con cui li ha accompagnati con la discrezione; molti scriveranno ringraziamenti per essersi trovati bene in quel mondo.

Era appassionato non perché il lavoro metteva in luce le sue capacità professionali ma appassionato del suo lavoro perché lì viveva una rete di relazioni trovava ogni giorno una provocazione una domanda che chiedeva a lui di coinvolgersi, questa sensibilità è frutto della fede che lui aveva e della fede che lui maturava dentro queste relazioni.

  • Scrivere questo libro ti ha cambiato? Come mai la scelta di destinare i diritti d’autore di questo libro all’associazione cura e vita?

È stata un’esperienza nuova. Si parlava di un amico, di una persona non del passato che ci ha lasciato da poco, una persona conosciuta da molti quindi con una attenzione alla precisione e spero di esserlo stato il più possibile, di non aver incomprensioni o fraintendimenti.

Il libro che novità porta? Mi ha portato ad entrare nella vita di una persona e a riflettere sui particolari di ciascuno di noi: piccole e grandi cose le difficoltà le debolezze le contraddizioni mi ha portato a capire di più che da un lato siamo un mistero perché non nelle nostre mani e dall’altro più misurabile che ciascuno di noi è un miracolo perché se siamo capaci di trattenere le cose che ci accadono i fatti in cui siamo coinvolti, gli incontri che abbiamo le nostre storie costituite da tanti particolari per ciascuno di noi si può scrivere un libro perché la nostra vita è unica e sempre ricca sia di aspetti positivi sia di cose negative ma tutte portano una domanda di significato. Se siamo capaci di leggere tutti questi aspetti della nostra vita cogliamo che noi siamo proprio un miracolo.

Per quanto riguarda i diritti sto pensando di cederli perché faccio parte dell’associazione sono tra i fondatori è un modo per onorare la preoccupazione di Antonio cioè la formazione degli infermieri.

  • Molte volte si è gelosi delle proprie esperienze e conoscenze soprattutto se consentono di fare carriera. Nel libro vengono spesso citati episodi del lavoro di Sarcina prevalentemente costruito in gruppo con molto riguardo alla conoscenza ed alle capacità di ciascuno: dobbiamo imparare?

Sì, più si lavora in gruppo meglio si può compiere il progetto che si ha. In campo medico la squadra è fondamentale per prendersi a cuore e cura il paziente in tutti i suoi aspetti. Antonio era un chirurgo vascolare molto bravo molto apprezzato che ha inventato alcune cose. La cura del paziente non terminava con l’esito dell’intervento chirurgico aveva bisogno prima della preparazione e poi della degenza; sia del prima che del durante che del dopo entrano in gioco altre figure i medici, i professionisti, gli operatori sanitari, gli infermieri. Ecco se c’è la squadra è uno spirito unitario e comune di prendersi a cura il paziente, se non c’è la squadra anche questo aspetto di attenzione diventa più debole.

  • Nessun punto debole per Antonio?

Punti deboli li aveva come li abbiamo tutti, nel libro vengono segnalati come limiti. Era una persona che non si arrabbiava molto però quando si arrabbiava diventava feroce e impietoso poi sapeva accogliere e perdonare. Era una persona solare ma non era un compagnone non era immediato nei rapporti ma una volta entrati in rapporto con lui diventava una persona splendida.

Ad esempio, i figli sono critici su alcuni aspetti ed alcune cose con il padre. Questi limiti consentono di capire ancora di più la simpatia e la forza di quest’uomo.

  • Chi era in sintesi Antonio Sarcina? Un grande uomo, un grande medico oppure un Santo?

Le testimonianze raccolte dicono:” Era un grande uomo era un bravo professionista – e poi aggiungono- era un uomo di fede”. Possiamo dire questo era un uomo di fede. Negli ultimi anni in cui si è esplicitata la sua condizione di vita che si avviava alla fine con alcune espressioni:” Ogni minuto è di Dio” ci fanno capire quanto non solo l’ultima fase della vita ma prima di tutto la sua esistenza sia stato un impegno a tenere unita l’umanità, il lavoro, l’attenzione ai pazienti e la Fede. Un uomo che ha amato la vita che ha amato l’incontro con Cristo ha lavorato perché la vita fosse unita fosse un ‘esperienza di una testimonianza umana e cristiana.

Mario

Chi volesse il libro chieda a Thorres@outlook.it

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